Al ristorante ci vuole (anche) orecchio

Non c’è solo la musica: è importante occuparsi dell’aspetto acustico di un locale. La scelta dei materiali influenza la qualità dell’esperienza sonora. I consigli di un sound designer per coinvolgere anche l’udito dei clienti in maniera coerente con il cibo offerto

Dai materiali con cui un locale è costruito ai complementi d’arredo: sono tanti gli elementi che vanno a comporre il “design sonoro” di un ristorante, un aspetto che incide profondamente sull’esperienza del cliente. Non si tratta solo di musica.

«La progettazione sonora è globale ancor prima che musicale - spiega Stefano Delle Monache, sound designer -: va studiato come “orchestrare” il rumore dalle cucine, il ronzio degli impianti di aerazione, il tintinnio di piatti e stoviglie, le voci degli avventori, aggiungendo degli elementi sonori, musicali e non, in grado di amalgamare il tutto, rendendo l’esperienza complessiva di una cena in compagnia in linea con la qualità del cibo e in armonia con gli altri sensi».

Vetro e cemento
rendono il suono difficile da gestire

La buona progettazione sonora parte da quella acustica architettonica. «L’uso dei materiali è molto importante: vetro o cemento per esempio sono riflettenti: rendono gli ambienti estremamente riverberanti e spesso poco confortevoli - spiega Delle Monache -. Ambienti particolarmente fonoassorbenti, d’altra parte, pur esaltando l’intimità, possono portare a effetti quasi claustrofobici. Il suono, insomma incide fortemente sulla sensazione che si ha degli spazi: possono
essere vissuti come aperti, chiusi, solenni, angusti, caldi, freddi, accoglienti, stancanti, riposanti, intimi ecc.».
L’ideale è che il sound designer intervenga in fase progettuale, accanto agli architetti. «Si può però anche ovviare a posteriori alle distorsioni acustiche dello spazio - afferma Delle Monache -. Per esempio, tramite l’utilizzo di complementi d’arredo e di adeguati sistemi di diffusione sonora in grado di dare una copertura omogenea del suono».

Musica: pro e contro

«La musica ha l’indubbio potere di riempire gli spazi e di coinvolgere emozionalmente». La musica, insomma, può servire a distinguere la propria proposta: «C’è un rinnovato desiderio di musica dal vivo e anche di musica accuratamente selezionata - osserva Delle Monache -. Qui però, più che di sound design, parlerei di “djing”, come capacità di saper interpretare il mood del pubblico e di guidare e restituire in musica le interazioni sociali».
Va però tenuto presente che la musica può anche essere molto fastidiosa: «A volte è usata per coprire altri rumori. Ma così si aggiungere altro carico acustico: un effetto che rischia di incidere sulla socialità a tavola. Di solito si sta in silenzio quando il cibo è buono o quando la musica è troppo alta»

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