Più profitto coi monorigine, in poche mosse

Come le diverse portate che compongono il pranzo o la cena, è importante che anche il caffè sia qualcosa di particolare.  Oggi arrivano miscele caratterizzate da una qualità superiore, spesso con origini definite, con caratteristiche di gusto da comunicare e percepire in tazza, attraverso un prodotto piacevolmente aromatico. Accanto alle miscele si possono affiancare le monorigini, da scegliere insieme al torrefattore sia per gusto sia per formato; ad esempio in confezioni da 500 g, a ognuna delle quali dedicare un macinacaffè, di piccole dimensioni. Il consiglio è di mettere nella tramoggia l’ipotetico consumo per il singolo pasto, mantenendo il resto in una confezione chiusa da riporre in ambiente fresco o in frigorifero (attenzione: gli shock termici vanificano la qualità in tazza). Locali con un consumo limitato possono usare cialde o capsule. Si può chiedere al produttore (o realizzare da sè) una carta dei caffè o fare dei memo da consegnare con la tazzina, che indichino il Paese di origine, la specie, l’area di produzione e le caratteristiche in tazza. Tutte indicazioni che il cameriere deve conoscere, per orientare al meglio la scelta del cliente. Ci sono ristoranti che offrono la prima tazzina di monorigine chiedendo il tipo di caffè preferito, ad esempio uno dolce e aromatico (classico è l’Etiopia Sidamo), uno più intenso e meno acido, con aromi di tabacco, cereali tostati e nocciole come un Santo Domingo Barahona AAA (entrambi Arabica), senza dimenticare chi predilige il gusto intenso in cui spicca il cioccolato fondente di un Robusta come l’India Kaapi Royale. Se il caffè è ben fatto, il prodotto in tazza riserva aromi inaspettati e, valorizzato a dovere, un monorigine può essere proposto a un prezzo superiore alla classica miscela. Il segno del gradimento sarà sentire chiedere il caffè “per nome” la volta successiva.

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