Chef innovatrici, pluristellate e semi-trasparenti. Ma perché?

Dice qualcosa questa lista di nomi?
Nadia Santini, Valeria Piccini, Luisa Valazza Marelli, Cristina Bowerman, Marianna Vitale, Viviana Varese, Rosanna Marziale, Antonia Klugmann, Annie Féolde… La lista potrebbe continuare per un po’ ma io mi fermo qui per dire che sì, sono certo che i nomi dicano qualcosa a tutti ma non tutto quello che dovrebbero, che sono tutte cuoche conosciute ma… E qui potrebbe ripartire un’altra lunga lista, quella dei “ma” con in testa quello più grande di tutti: “MA” sono donne!

I tanti scritti in memoria di Gualtiero Marchesi pubblicati sui media hanno correttamente ricordato come il più grande chef di questa tranche degli anni duemila sia stato il padre della Nuova Cucina Italiana. Un’informazione corretta e doverosa ma (ancora un “ma”!) quando poi dal maestro il discorso scivola sugli allievi continuatori della sua opera, si scopre che sono tutti maschi, come se le donne chef non stessero dando il loro contributo.
In cucina, a quanto pare, riescono a cambiare molte cose tranne i pregiudizi ai danni delle donne. Oggi non ci si interroga più se una donna possa essere una cardiochirurga di valore o una buona camionista. Ci si chiede se abbia il talento necessario a diventare una grande chef. Se sia in grado di dirigere con il dovuto polso una brigata di cucina, se disponga dell’autorevolezza indispensabile a esercitare il mestiere di critica gastronomica.

E anche la mentalità comune è ancora quella di una volta. Riferita a un uomo, la parola “cuoco” è un complimento, declinata al femminile è un’occupazione dignitosa ma modesta e sempre attinente all’area dei servizi casalinghi. Anche l’associazione mentale è automatica: senti “è un cuoco bravissimo!” e pensi allo chef stellato. Senti “è una cuoca bravissima!” e vedi la paciosa cuciniera di una famiglia ricca. Oppure ti viene in mente la cuoca della trattoria casalinga o del self service o della mensa aziendale. Si può diplomaticamente ricorrere al termine francese “chef” che è maschile, indeclinabile e tornerebbe buono per entrambi i generi, ma è innegabile che quando lo si sente preceduto dall’articolo femminile continui a provocare un micro sussulto linguistico. “La chef”, in fondo, suona come “lo chef” femminilizzato a forza. Intendiamoci, la donna è sempre stata la regina dei fornelli, a patto che fossero quelli di casa sua casa o di un ristorante senza traccia di stelle. Nessuno mette in dubbio la sua naturale vocazione a nutrire con rassegnato entusiasmo marito, prole e allegra brigata di amici. Ma una cosa è cuocere, ed è questo che farebbe la donna secondo la mentalità macho-latina. Un’altra cosa è cucinare ed è faccenda da uomini. Da un lato c’è la massaia, vestale custode del focolare anche in versione microonde. Dall’altro l’immagine marziale dell’eroico forgiatore di capolavori gastronomici. Da una parte una cucina ordinaria e concreta. Dall’altra, la fucina del dio Vulcano.

A chi è ancora fermo a quel punto andrebbe ricordato che per la stragrande maggioranza delle madri di famiglia la creatività
è un esercizio quotidiano
, impegnate come sono a inventarsi piatti graditi a mariti gourmet e figli schizzinosi, a mettere d’accordo gusti disparati, a spremere la fantasia per approntare una tavola decente malgrado il budget. Tutte le cucine di sopravvivenza, da quelle di guerra a quelle dei periodi di recessione economica, sono state straordinari laboratori di ricerca gastronomica e palestre di creatività femminile che non è né superiore né inferiore a quella maschile, è diversa: meno aggressiva e più prudente, meno ambiziosa e più pratica, meno urlata e più intimo-nostalgica. Insomma, più melodica che rock, ma non per questo meno geniale. Per una donna chef -intimamente nutrice come tutte le donne- un nuovo piatto deve essere anzitutto buono da mangiare, e poi culturalmente pregnante, interessante da raccontare, capace di stupire, meglio ancora. Si accusano le donne di proporre una cucina troppo materno-tradizionale, ma non è forse questa la rampa di lancio obbligatoria per tutti i decolli creativi? Nuova cucina italiana e gastronomia domestica non devono mai essere scollate tra loro. Se succede, si consuma il tradimento dell’identità e del territorio, si trascura un patrimonio di immenso valore con risultati pateticamente impoveriti. La cucina delle mamme e l’alta cucina contemporanea non possono essere proiettate su due lontani pianeti, devono potersi riconoscere l’una nell’altra e scambiarsi quanto di buono entrambe abbiano da offrire.

La creatività non è l’unico punto di discriminazione. Parlando di cucina professionale di alto livello, secondo un altro granitico luogo comune, il governo di una brigata richiede autorevolezza, professionalità, creatività, forza fisica, tempo e resistenza alla fatica. Tutte qualità tipiche maschili! … o no?   Queste storielle andatele a raccontare a tutte le donne che ogni giorno vanno a lavorare, fanno la spesa, cucinano, puliscono casa, aiutano i figli a fare i compiti e spesso badano ai genitori anziani. Anzi, è proprio questa molteplicità dei ruoli che costringe molte talentuose ad autoescludersi dalle alte sfere della ristorazione. Non è un caso che molte chef di successo sono single o senza figli. L’aut- aut “O ti fai una famiglia o ti fai una carriera” non è mai valido come in questo lavoro.

Certo che le donne vengono arruolate nelle brigate di cucina! Ma, come nell’esercito, difficilmente diventano generali, e quelle che ci riescono rimangono una minoranza e il motivo è sempre quello: gli uomini sono più liberi e si prendono i posti migliori, e poco importa se con questo sistema tarpano le ali a chissà quanti talenti femminili privando la società di molti contributi geniali.

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