Gli indipendenti battono le catene ma…

Una ricerca di Metro sulla ristorazione indipendente fa emergere le difficoltà dei gestori nel costruirsi una presenza efficace in internet. I clienti? Ben disposti

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Contenti dei risultati che ottengono, nonostante le troppe tasse e una situazione economica, riferita al proprio Paese, che non aiuta. E bravi a mantenere la fiducia dei clienti, espressa come capacità di contribuire allo sviluppo dell’economia locale: è la fotografia dei ristoratori indipendenti italiani che emerge dalla ricerca fatta da Metro Cash & Carry intervistando 10mila tra clienti e imprenditori del fuori casa in dieci Paesi (oltre all’Italia, Spagna, Portogallo, Francia, Germania, Repubblica Ceca, Romania, Russia, Turchia e India). Gli imprenditori italiani si mostrano un po’ più ottimisti dei colleghi degli altri Paesi, oltre che leggermente meno preoccupati del possibile esito negativo di una loro start up. La difficoltà maggiore, semmai, è riuscire a conciliare gli impegni lavorativi con la vita privata, visto che uno su cinque non trova il tempo per dedicarsi a ciò che vorrebbe fare al di fuori del lavoro.
Resta il nervo scoperto delle tasse: per i ristoratori italiani sono l’ostacolo maggiore, ben più della burocrazia (52% contro il 25%).
Il loro ruolo è riconosciuto e apprezzato dai clienti: il 54% degli italiani (è il dato più alto nei dieci Paesi coinvolti, la cui media si ferma al 42%) ritiene la loro importanza nello sviluppo dell’economia locale maggiore rispetto alle catene. Non tutto questo apprezzamento, però, si trasforma in comportamento d’acquisto: solo il 25% degli italiani, infatti, al momento della scelta preferisce consumare in un locale non di catena (contro una media del 33%); il 61% non mostra preferenze tra catene e indipendenti. Tre le ragioni principali che spingono gli italiani a scegliere i ristoranti indipendenti: il 44% preferisce consumare in un locale gestito da persone che conosce personalmente, il 36% ritiene che offrano una migliore qualità, il 35% dà più volentieri i propri soldi a imprese familiari anziché a grandi gruppi.

Il dato più eclatante che emerge dalla ricerca è che i ristoratori italiani, pur consapevoli dell’importanza degli strumenti digitali per promuoversi (lo è il 78%) poi non traducono in pratica le proprie convinzioni: più della metà non ha un sito, mentre sui social sono presenti poco più di un terzo degli intervistati (in altri Paesi va meglio). Un gap da colmare. «A frenare i ristoratori sono soprattutto barriere culturali - spiega Milvia Panico, head of corporate communications di Metro Italia Cash & Carry -: dal non sapere come fare per adottare o per gestire gli strumenti digitali, al timore di non aver tempo da dedicare, alla ritrosia nel fare un investimento di cui non sanno valutare un possibile ritorno».

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