L’aglio di Voghera mette d’accordo tutti

È amato, odiato, tollerato. Quando è accettato, spesso lo è “solo se”.  Solo se cotto, crudo, tritato, frullato, intero e poi scartato oppure come nel ruolo di fantasma, cioè sfregato sul piatto di portata e poi abbandonato al suo destino. Assodato che non sia un tipo facile, c’è da chiedersi: quanti fra i consumatori di aglio si pongono il problema della sua qualità?

Lo sanno che l’italiano è migliore dello spagnolo e del cinese? Come sempre, una scelta consapevole potrebbe cambiare le cose e ci sono varietà italiane pregiate capaci di convertire molti indecisi. Come l’aglio di Voghiera Dop. Viene coltivato nel ferrarese fin dal tempo degli Estensi nei comuni di Voghiera, Masi Torello, Portomaggiore, Argenta e Ferrara; ed è ben conosciuto dai gastronomi per la freschezza,  la delicatezza, l’aroma, il sapore deciso, ma non pungente. Tanto da essere definito “aglio gentile”. 

Ma non ci sono solo i giudizi sensoriali. Uno studio effettuato dal Dipartimento di Scienze Farmaceutiche dell’università di Ferrara ne ha analizzato il Dna, verificandone la diversità rispetto ad altri tipi di aglio, italiani e non, giungendo alla conclusione che vanta un perfetto equilibrio tra enzimi, vitamine, sali minerali e flavonoidi.

L’aglio di Voghiera Dop si riconosce per il bulbo bianco, tondo e brillante. È formato da pochi spicchi grandi e regolari, ben serrati tra loro e avvolti in tuniche bianche o striate di rosa.  Molto serbevole, si mantiene inalterato per lunghi periodi specialmente se i bulbi vengono appesi in luogo fresco, asciutto e ben areato. Va usato in preparazioni che richiedono al cuoco la mano leggera: tortelloni di ricotta, verdure ripiene di carne, arrosti, crostacei e molluschi.

Pubblica i tuoi commenti