Verifica induttiva, il caffè non basta

La Commissione tributaria regionale del Piemonte dà ragione a un ristoratore

Nelle verifiche induttive, basarsi solo sulle tazzine di caffè somministrate per ricostruire i maggiori ricavi di un ristorante non è un metodo sufficiente.
La Commissione tributaria regionale del Piemonte (sentenza n. 81/10/11) ha dato ragione a un esercente che si era visto contestare proprio questo da un accertamento analitico-induttivo: il Fisco era infatti risalito al numero dei pasti somministrati dalle quantità di caffè acquistato nell’anno di imposta accertato (108 kg).
Presumendo che a ogni pasto corrisponda una tazzina preparata con 7 grammi di caffè, i funzionari avevano moltiplicato il numero dei pasti per il prezzo medio (circa 40 euro) derivato dalle ricevute fiscali emesse e accertato maggiori ricavi per 83mila euro.

Caffè no, tovaglioli sì

La Commissione tributaria provinciale aveva respinto il ricorso (accolto invece in secondo grado) del ristoratore, che aveva individuato nel malfunzionamento della macchina del caffè la causa dello spreco. In realtà il consumo di caffè è un elemento non così immediatamente associabile al consumo di un pasto (completo). Troppe le variabili in gioco: dall’impiego in cucina all’autoconsumo, alle richieste insolite dei clienti.
Se non sono state riscontrate gravi irregolarità contabili, l’accertamento induttivo basato solo sui caffè è inaffidabile. Secondo i giudici d’appello, l’accertamento basato sull’uso dei tovaglioli è invece fondato: lì la circostanza per cui a ogni pasto corrisponde un tovagliolo è invece considerata realistica.

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