
Nel turismo enogastronomico italiano l’intelligenza artificiale entra in una fase di maturità. È quanto emerge dal Rapporto 2025 dedicato al comparto, curato da Roberta Garibaldi, presidente di Aite, con il supporto di Valdichiana Living e Visit Emilia. L’analisi fotografa un cambiamento netto: tra i turisti diminuisce la percezione del rischio legata all’IA, mentre aumentano l’utilizzo e le aspettative nei confronti delle esperienze digitali applicate al viaggio.
Rispetto alle rilevazioni di un anno e mezzo fa, si riduce la quota di chi considera l’intelligenza artificiale “più rischiosa che vantaggiosa”, una posizione oggi concentrata soprattutto nella fascia 35-54 anni.
Il dato segnala una crescente familiarità con gli strumenti digitali e un effetto rassicurante prodotto dall’uso quotidiano. Tra i più giovani, in particolare, la diffidenza appare ormai residuale: nella fascia 18-24 anni solo il 29% ritiene che i rischi superino i benefici. La popolazione adulta mantiene un atteggiamento più prudente (49% tra i 35-44 anni), ma la tendenza generale è chiara: l’IA fa sempre meno paura.
IA e turismo enogastronomico: una fase di maturità
L’impiego dell’intelligenza artificiale varia in funzione delle esigenze di viaggio. Il 60% dei turisti la utilizza almeno occasionalmente per trovare idee e ispirazione, percentuale che sale al 75% tra i 25-34enni.
La funzione più diffusa resta la traduzione di menù e contenuti, utilizzata dal 69% degli intervistati (77% nella fascia 25-34 anni). È già elevato anche il ricorso all’IA per cercare e confrontare destinazioni e alloggi (58% del totale, 68% tra i 25-34 anni). L’uso frequente – dichiarato come “spesso” o “sempre” – riguarda soprattutto i giovani: 24% per l’ispirazione, 35% per la traduzione e 25% per la comparazione delle opzioni di viaggio.
Mercati internazionali: ispirazione sì, fiducia con cautela
Sul piano internazionale, i dati evidenziano una diffusione crescente di strumenti come ChatGPT e di altri sistemi basati sull’IA come fonte di ispirazione per le destinazioni enogastronomiche, con differenze marcate tra Paesi. Gli Stati Uniti guidano per utilizzo a fini ispirazionali (21%), seguiti da Francia (18%) e Germania (16%), mentre Regno Unito, Austria e Svizzera mostrano un approccio più cauto (13%).
Anche sul fronte dell’affidabilità le percentuali restano contenute: si va dal 15% degli Stati Uniti al 10% di Austria e Svizzera, che confermano una maggiore prudenza. In tutti i mercati analizzati, tuttavia, l’uso dell’IA come fonte di ispirazione supera la percezione di affidabilità, segno che i viaggiatori tendono a integrare questi strumenti con fonti tradizionali, in primis i consigli di parenti e amici, che restano i più credibili con valori compresi tra il 38% e il 50%.
Le aspettative dei viaggiatori
Quanto alle aspettative, i viaggiatori chiedono innanzitutto facilità d’uso (60%), seguita dalla tutela della privacy (55%, che sale al 71% tra i 18-24enni) e dall’accuratezza delle informazioni (49%). Guardando al futuro, tra le applicazioni più desiderate emergono le traduzioni automatiche di menù e descrizioni (46%) e gli itinerari personalizzati (36%), particolarmente richiesti da chi ricerca esperienze più profonde. I consigli avanzati su cibi, vini e birre (31–34%) risultano apprezzati soprattutto dai giovani adulti e dai viaggiatori più esperti. Rilevante anche l’interesse per la ricerca di esperienze sostenibili e per l’ottimizzazione di percorsi a basso impatto (entrambi al 36%), indicatori di una crescente sensibilità ambientale e della necessità, per le imprese, di comunicare in modo coerente e verificabile.
Fiducia nell’IA, un fattore tutto da costruire
Il quadro che emerge è quello di un viaggiatore attento alla personalizzazione, ma intenzionato a mantenere il controllo sulle scelte. La consapevolezza dei limiti attuali dell’IA – informazioni non sempre corrette e scarsa trasparenza – spinge verso una “supervisione attiva” delle proposte generate dagli algoritmi.
«L’IA nel turismo enogastronomico è entrata in una fase di adozione consapevole – osserva Garibaldi –: l’utilizzo cresce, la paura diminuisce e la domanda si orienta verso servizi informativi, di ispirazione e di approfondimento culturale». Tre, secondo l’autrice, le principali implicazioni: una domanda crescente di personalizzazione, purché trasparente; una funzione dell’IA ancora prevalentemente orientata alla fase di scelta e ispirazione, più che all’esperienza sul posto; e la centralità della fiducia, vero fattore chiave da costruire. Non basta “avere IA”, ma occorre dimostrarne pertinenza e valore: solo il 6% degli utenti dichiara piena fiducia negli algoritmi, quota che aumenta tra viaggiatori esperti e ad alto reddito.
Integrazione tra sistemi di prenotazione e agenti intelligenti
La prossima evoluzione passerà dall’integrazione nei sistemi di prenotazione e negli agenti intelligenti, dalla qualità dei contenuti informativi e dalla capacità delle imprese di comunicare sostenibilità, territorialità e autenticità in modo trasparente. Un trend globale che, conclude Garibaldi, le destinazioni e gli operatori italiani sono chiamati a intercettare investendo in contenuti digitali di qualità, capaci di dialogare efficacemente con l’intelligenza artificiale e con i mercati internazionali.






