La chimera del tirocinio obbligatorio

tirocinio

Tutti gli studenti degli ultimi tre anni della scuola superiore hanno l’obbligo di frequentare il tirocinio, che consiste nel lavorare un certo numero di ore (400 ore nel caso degli istituti tecnici e professionali, 200 nel caso dei licei) in un’azienda o in un ente pubblico o privato attinente al loro corso di studi. È la cosiddetta alternanza scuola-lavoro, uno strumento didattico introdotto nel 2015 con il decreto della Buona scuola. Lo scopo: mettere i giovani a contatto diretto con il mondo del lavoro.

Sulla carta, un’ottima cosa, utile per fare esperienza, mettere in pratica quel che si è appreso, conoscere la realtà del lavoro e decidere se intraprendere una determinata carriera oppure cambiare strada. Soprattutto, uno strumento che finalmente adegua il sistema formativo italiano a quello di molti paesi europei. «Nasco professionalmente nel Nord Europa, dove l’alternanza scuola-lavoro esiste da 200 anni, e la ritengo assolutamente positiva e corretta – afferma Roberto Carcangiu, cuoco e presidente Apci, Associazione Professionale Cuochi Italiani -. Il motivo è molto semplice, è il concetto delle mani intelligenti: l’essere umano è un insieme di pensiero e gesto. Se li separi, hai la teoria senza pratica, e viceversa».

Un argomento delicato e importante, sul quale abbiamo chiesto l’opinione  ad alcuni esponenti del mondo del lavoro e della ristorazione su problemi e opportunità dell’alternanza scuola-lavoro. Un bilancio che in questi primi anni ha rivelato luci e ombre. Tra le criticità: risorse insufficienti, carenza di controlli, abusi. C’è molto da lavorarci su.

Roberto Carcangiu, presidente Associazione Professionale Cuochi Italiani: «In Italia, nei primi tre anni l’alternanza ha avuto alti e bassi, anche perché abbiamo troppe leggi che la rendono di difficile applicazione, come quelle sul lavoro festivo o il divieto di lavoro notturno per i minorenni. Questo però significa che bisogna continuare a perfezionare l’alternanza. In Germania, le aziende che accolgono hanno la figura del Meister, un professionista certificato che ogni anno fa corsi di aggiornamento. In Italia manca una figura analoga. Le aziende che accolgono dovrebbero essere meglio selezionate. Essere bravi imprenditori non significa necessariamente essere bravi formatori. Per questo, più che controllare le scuole, gli ispettori dovrebbero controllare le aziende che accolgono e verificare che i ragazzi non siano utilizzati in mansioni improprie, come lavapiatti o parcheggiatori. Ogni scuola manda i ragazzi dove riesce a trovare o dove fa comodo. Anche perché i ragazzi cui trovare un posto sono troppi, c’è una bolla nelle iscrizioni agli istituti alberghieri. Le scuole dovrebbero poter scremare a monte gli studenti che dimostrano maggiore attitudine e talento per la professione e dovrebbero esserci regole più restrittive su chi può accedere all’alternanza scuola-lavoro. Altrimenti è uno spreco di tempo e risorse».

Oscar Galeazzi, general manager di LavoroTurismo.it e docente all’Ipseoa di Jesolo«L’alternanza scuola-lavoro è uno strumento di primaria importanza per la crescita degli studenti e migliora la qualità della formazione dei docenti, “obbligati” a confrontarsi col mercato del lavoro. In questi anni, l’alternanza ha in parte sostituito la formazione pratica, ridimensionata a seguito della drastica riduzione delle ore di lezione e richiede un complesso sforzo organizzativo e gestionale. I docenti – volontari – che seguono queste attività sono da lodare, perché svolgono un lavoro impegnativo e sottopagato. Problemi organizzativi ed economici fanno sì che spesso non si visitano gli studenti in alternanza, limitandosi a contatti telefonici e non si incontrano i tutor aziendali. Per rendere l’alternanza uno strumento più utile ed efficace, bisognerebbe prevedere personale qualificato che svolga unicamente questa attività. In alternativa, aumentare il budget per pagare i docenti e chiedere loro un vincolo di continuità di minimo 3/5 anni. Inoltre, bisognerebbe valorizzare la scelta dell’azienda dove lo studente svolgerà il periodo di alternanza come azione strategica per la sua formazione e inquadrarlo in un progetto quinquennale. La scelta dell’azienda per ogni studente deve essere determinata dalla scuola e non dai desideri o dalle comodità dello studente e della sua famiglia».

Cristina Bowerman, chef e presidente Associazione Italiana Ambasciatore del Gusto«La mia opinione sull’alternanza scuola-lavoro è positiva. Nei miei ristoranti prendo regolarmente ragazzi: sono motivati, hanno voglia d’imparare, ma spesso non hanno esperienza pratica. In questo modo hanno la possibilità di avere un “antipasto” della vita lavorativa. Il nostro compito è insegnare ai ragazzi non solo le tecniche, ma anche a gestire le difficoltà del mestiere, svolto al massimo livello. Spesso nelle scuole professionali nazionali la parte teorica viene privilegiata alla pratica, anche per questioni logistiche ed economiche. Quando i ragazzi s’inseriscono in un contesto lavorativo reale hanno l’opportunità di arricchire il proprio percorso con un’esperienza al fianco di professionisti da cui imparare molto. Con l’Associazione Italiana Ambasciatori del Gusto abbiamo realizzato un progetto di formazione in collaborazione con il Centro di Formazione Professionale Alberghiero di Amatrice, con l’obiettivo di valorizzare la cucina italiana e offrire agli studenti un’occasione di crescita. Grazie al progetto “Fare Formazione” abbiamo varato un ciclo di percorsi formativi che ha impegnato gli Ambasciatori del Gusto nell’attività didattica, con moduli tematici dedicati agli studenti del 4° anno di specializzazione, con attività sia teoriche che pratiche».

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