La faraona in menu (anche a Natale)

La faraona, ovvero la versione “nobile” della gallina. Portamento, livrea, sapore delle carni e proprietà nutrizionali, tutto è più aristocratico in quest’uccello originario dell’Africa Occidentale. A cominciare dal nome scientifico, Numida meleagris, che ci riporta alla mitologia greca: Meleagro era uno degli Argonauti. Morì per mano della sua stessa madre e le sue sorelle lo piansero così intensamente da impietosire gli dei che le tramutarono in galline faraone o meleagridi. Da allora, la faraona è simbolo di fraternità.

I Romani la scoprirono durante le guerre puniche e l’addomesticarono, ma durante le invasioni barbariche se ne persero le tracce. Venne reintrodotta in Europa nel Medievo dai Portoghesi con il nome di “Pintada”  (da cui il termine francese “Pintade”) che a loro volta l’avevano importata dalla Guinea (da cui il nome inglese “Guinea fowl”).

A dispetto delle origini africane, la faraona è molto resistente al freddo e in Italia è allevata soprattutto in Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia. Ma se il clima non è un problema, l’allevamento è reso parecchio difficoltoso dalla sua indole monogamica, dal carattere combattivo e dall’intolleranza per gli spazi ristretti sopportando quindi poco gli allevamenti intensivi. Le carni della faraona sono considerate bianche anche se bianco è solo il petto mentre le cosce tendono al rosso. In ogni caso vanno trattate da bianche e quindi sempre ben cotte. Il sapore è più intenso rispetto a quello del pollo e ricorda vagamente il fagiano.  Ma soprattutto la faraona gode di una migliore reputazione, tanto che compare nei menu di molti ristoranti italiani al contrario del pollo che, invece, continua a essere snobbato.

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