
Le esportazioni del vino europeo continuano a fare i conti con uno scenario internazionale complesso, segnato da una domanda debole e da nuove tensioni commerciali. Da un lato, i dazi introdotti dagli Stati Uniti rimangono un elemento di forte condizionamento per il principale mercato di destinazione del vino italiano; dall'altro, i dati del primo quadrimestre 2026 elaborati da Nomisma Wine Monitor mostrano un rallentamento diffuso delle esportazioni dei vini Dop europei.
Per il comparto vitivinicolo, il quadro è reso ancora più difficile dalla svalutazione del dollaro, dalla riduzione del potere d'acquisto dei consumatori americani e da un mercato internazionale che continua a privilegiare alcune categorie a scapito di altre.
Dazi Usa: migliora il quadro, ma resta l'incognita delle nuove indagini
L'amministrazione Trump ha confermato l'introduzione di dazi generalizzati del 10% sulle produzioni europee, una misura giudicata meno penalizzante rispetto alle ipotesi formulate nei mesi precedenti. Il nuovo regime tariffario, in vigore da fine luglio, rientra nell'ambito della Section 301 del Trade Act e riguarda la maggior parte delle produzioni comunitarie.
Per Unione italiana vini (Uiv), tuttavia, la vera preoccupazione riguarda l'avvio di nuove indagini sulle presunte pratiche sleali legate alla sovraccapacità produttiva, che potrebbero tradursi in ulteriori tariffe.
Il presidente di Uiv, Lamberto Frescobaldi, sottolinea come il mantenimento del tetto del 15% previsto dagli accordi tra Unione europea e Stati Uniti rappresenti un elemento fondamentale per evitare ulteriori ripercussioni su un settore già fortemente penalizzato.
Negli Stati Uniti persi 360 milioni di euro in quattordici mesi
Secondo l'Osservatorio Uiv, dall'aprile 2025, data del cosiddetto "Liberation Day", il vino italiano ha perso il 16% del valore delle vendite negli Stati Uniti rispetto ai quattordici mesi precedenti, con una contrazione complessiva pari a circa 360 milioni di euro.
Il mercato americano, che fino al 2024 valeva quasi 2 miliardi di euro e rappresentava circa un quarto dell'intero export vitivinicolo nazionale, ha chiuso il 2025 a 1,76 miliardi di euro. I primi cinque mesi del 2026 risultano inoltre i peggiori dal 2017 sia in termini di valore reale sia di volumi esportati.
Le maggiori difficoltà riguardano i vini fermi: i rossi imbottigliati registrano una flessione del 18%, i bianchi del 17%, mentre gli spumanti limitano le perdite all'11%. A soffrire maggiormente sono le produzioni con prezzo all'origine inferiore ai 6 euro, fascia che rappresenta oltre l'80% delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti.
Secondo il segretario generale di Uiv, Paolo Castelletti, il vino, essendo un bene non essenziale, risente più di altri settori della contrazione dei consumi e necessita di un piano straordinario di promozione internazionale, con particolare attenzione proprio al mercato statunitense.
Nomisma: export Dop in calo per tutti i principali Paesi europei
Le difficoltà non riguardano esclusivamente l'Italia. Il nuovo Report di Nomisma Wine Monitor evidenzia infatti un arretramento generalizzato delle esportazioni dei vini Dop europei nel primo quadrimestre del 2026.
Rispetto allo stesso periodo del 2025, l'Italia registra una flessione del 6,2%, la Francia del 3,4%, la Germania del 5,5%, mentre la Spagna è il Paese che perde di più con un calo dell'8,5%.
Secondo Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor, il mercato procede ormai a due velocità: bianchi e spumanti riescono a contenere le perdite, mentre molti vini rossi continuano a registrare risultati negativi, pur con alcune eccezioni.
Spumanti: Champagne e Crémant crescono, Prosecco tiene
Nel segmento degli spumanti emergono andamenti molto differenziati. Lo Champagne incrementa del 3% i volumi esportati, mentre i Crémant francesi mettono a segno una crescita del 19,4%. In Italia il Prosecco mantiene sostanzialmente le proprie posizioni, con un lieve calo dello 0,8% nei volumi, mentre l'Asti torna a crescere dell'1% dopo il difficile 2025, beneficiando anche dell'aumento della domanda proveniente dalla Cina.
Segno negativo invece per il Cava spagnolo, che registra una riduzione superiore al 9% delle esportazioni in volume.
Bianchi più resilienti, rossi ancora in sofferenza
Anche tra i vini fermi emergono differenze marcate. Tra i bianchi crescono le denominazioni francesi della Borgogna e della Loira, entrambe a +6% nei volumi, mentre in Italia sono soprattutto i bianchi siciliani e toscani a registrare incrementi nel valore delle esportazioni, rispettivamente del 2,8% e del 3,3%.
Situazione decisamente più difficile per i rossi. I Bordeaux continuano a perdere terreno con un calo del 19% a valore, mentre tra le principali denominazioni italiane Toscana e Veneto registrano flessioni superiori al 10%. Il Piemonte limita invece le perdite al 2,5%, accompagnando il dato con una crescita del 9% nei volumi esportati.
Servono strategie di lungo periodo
L'insieme dei dati conferma come il rallentamento dell'export non sia riconducibile a un solo fattore. Le tensioni commerciali con gli Stati Uniti, il rallentamento della domanda internazionale e l'evoluzione dei consumi stanno incidendo contemporaneamente sulle performance del settore.
Se da un lato la conferma dei dazi al 10% evita scenari peggiori, dall'altro le possibili nuove misure commerciali e la persistente debolezza del mercato americano mantengono elevata l'incertezza. In questo contesto, la capacità di rafforzare la promozione sui mercati esteri e valorizzare le denominazioni più dinamiche diventa uno degli strumenti principali per sostenere la competitività del vino italiano.



