Take away, le regole per farlo al meglio

Menu, promozione, social, contenitori. Sono i quattro elementi da considerare per disegnare un servizio di asporto funzionale e profittevole

take away

Collaborare, semplificare i processi, promuoversi sui social network, scegliere il packaging giusto: sono questi alcuni consigli per chi vuole o deve trasformare un ristorante tradizionale in un’attività che offra anche il take away.

Il ritorno ai consumi nel canale fuori casa sarà graduale e il business dell’asporto, che prima dell’emergenza sanitaria era in molti casi un’attività complementare, sarà fondamentale per i ristoratori e andrà gestito con una strategia precisa.

Ripartire dalla collaborazione

«Secondo un’analisi condotta nella prima settimana di aprile da TradeLab su un campione di 800 individui, alla domanda su quando torneranno a frequentare ristoranti e locali serali l’82% ha risposto che lo farà solo quando ci sarà totale sicurezza - spiega Matteo Schipa, head of KAM South Europe di Duni Group -. Il 74% ha dichiarato che si sentirebbe più sicuro continuando a mantenere il distanziamento e con la presenza di un numero limitato di persone nel locale».

Su questo fronte il primo consiglio è cercare di collaborare «innanzitutto internamente, con lo chef e i collaboratori di fiducia - dice Schipa -. Inoltre, se si fa parte di un’associazione di categoria o di un gruppo di acquisto, si può prendere in considerazione l’ipotesi di collaborare con un partner che ha le stesse esigenze. E poi c’è la collaborazione con i clienti più fedeli, restando in contatto e chiedendo loro consigli. L’obiettivo è creare la migliore customer experience possibile: per questo è importante cercare di servire anche i propri piatti migliori, quelli che caratterizzano il ristorante, senza dare l’idea di un offerta di ripiego. Altro aspetto fondamentale è però semplificare: il processo, l’ordine e il pagamento».

Comunicare sui social

Indispensabile è poi la promozione e da questo punto di vista i social media possono aiutare molto. «Consigliamo di condividere il menu o il piatto principale, che deve essere presentato come fosse un’esperienza, la stessa che il cliente vivrebbe nel ristorante. Si potrebbe anche pensare a offerte settimanali, come lunch-box, cestini o kit pasto pronti. Infine, in base al target, all’offerta e a dove si è posizionati, possono nascere attività parallele di promozione, per esempio proporre un prezzo speciale a chi è impegnato in prima linea come gli operatori sanitari, oppure alle categorie più bisognose come gli anziani», continua l’esperto.

Il ruolo cruciale del packaging

Un elemento da non trascurare è infine il packaging «che riveste un ruolo di primaria importanza ed è legato al tipo di cibo e di servizio che si vuole offrire e all’esperienza che si vuole far vivere. Rappresenta il veicolo della propria immagine, anche perché tutto l’aspetto della location viene meno. Nell’identificare il packaging bisogna valutare come si vuole che il piatto arrivi al cliente, poi analizzare che tipo di pietanza si serve e infine c’è il fattore legato all’utilizzo: dove verrà consumato il pasto? A casa, in ufficio, all’aperto? Ci sono quindi molte variabili, ma per avere un’idea del costo del packaging bisogna considerare che ha un’incidenza tra l’8% e il 10% del food cost».

L’imballaggio veicola anche l’immagine del locale all’esterno: quindi si può personalizzare, per esempio con un logo o un brand o condividendo offerte e messaggi. L’esempio più semplice da questo punto di vista sono le etichette o gli adesivi che richiedono anche un investimento economico contenuto. «Infine - conclude Schipa - la sostenibilità, ancora più sentita di prima. Quindi è importante informare sempre i clienti sulle scelte del ristorante in termini di impatto ambientale dei contenitori usati».

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