Se 45 stelle faticano a brillare

Un primato, mondiale, ce l’abbiamo: il numero di chef stellate. Le italiane sono ben il 38% di tutte le stellate del mondo. Ma sono solo 45. E fanno una gran fatica a ottenere quel riconoscimento professionale che ai colleghi maschi sembra spettare di diritto. Lo rivela una ricerca realizzata da un’équipe dell’Università di Parma, capitanata da Silvana Chiesa, intervistando tutte le chef stellate d’Italia (e altre non stellate). La fotografia che se ne ricava è simile a quelle scattate nella maggior parte dei settori dell’economia italiana: nelle professioni e nei ruoli qualificati, le donne godono di una considerazione inferiore ai pari grado maschi. Non a caso l’Italia è 49esima su 145 Paesi analizzati dal World Economic Forum nell’indice di disparità di genere.
Ma in cosa consiste tale disparità? Principalmente nel riconoscimento del proprio ruolo. Un tema ricorrente, per molte chef, è la difficoltà a essere riconosciute come interlocutrici accreditate. Sul banco degli imputati in primis banche e istituzioni, seguite a ruota dai fornitori. Cosa significa? Facendo una sintesi un po’ brutale ma efficace: o viene il marito, o niente finanziamento. Anche se il marito fa tutt’altro e non c’entra con il ristorante.
Non certo per questo, ma molte chef riconoscono alla propria famiglia un ruolo cruciale nel permettere loro di eccellere, specie per l’aiuto nella conciliazione tra casa e lavoro. Della serie: almeno a casa, il sostegno c’è e si sente.
«La strada verso le pari opportunità è ancora lunga – afferma Silvana Chiesa -: i tanti episodi di vita vissuta raccontati dalle chef sono rivelatori di un mondo che ragiona ancora quasi solo al maschile. Un esempio? Nei cataloghi delle aziende di abbigliamento professionale ci sono tante divise da cameriera e nessuna da chef donna. Così una chef deve disegnarsela da sola o adattarne una pensata per un collega uomo».

Le chef italiane sono ben istruite (il 60% ha un diploma, il 27% una laurea) e gratificate dal proprio lavoro (il 90%) malgrado l’impegno: «Il 62% - dice Chiesa - lavora oltre 60 ore a settimana».
La principale differenza rispetto ai colleghi è nella percezione delle doti ideali che uno/una chef leader dovrebbe avere, oltre alle competenze professionali. Gli chef puntano su competitività e autorità, le colleghe mettono invece l’accento su autorevolezza e disponibilità a insegnare.
Messaggio per giovani chef ambiziosi, donne o uomini che siano: se volete crescere all’ombra di una stella, ora sapete a quali porte (è meglio) bussare.

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