Il pessimo affare tra mafia e ristoranti

Circa il 10% dei beni sequestrati alle mafie sono attività produttive come bar, hotel e ristoranti. Si stima che circa 5.000 imprese ristorative in italia siano oggi in mano a mafia, ‘ngrangheta o camorra. A Milano un ristorante su cinque sembra essere in mano a una famiglia mafiosa. Sarebbero addirittura due su cinque se si contassero solo le nuove aperture. Sono dati emersi in un recente convegno sul tema Mafia e Ristorazione organizzato da Doof, l’altra faccia del food.

Ma perché le mafie investono nell’horeca? «Per vari motivi – spiega Alessandra Dolci, coordinatore della direzione distrettuale antimafia del tribunale di Milano -. Intanto per motivi di riciclaggio. Bar e ristoranti sono luoghi perfetti per “ripulire” denaro proveniente da attività illecite. Poi perché i locali pubblici rappresentano investimenti relativamente semplici da attuare. Anzi, spesso sono i gestori che rivolgendosi a qualche usuraio finiscono con l’essere gli artefici della propria fine». Accade in pratica che quando l’imprenditore chiede un prestito a un usuraio non gli venga chiesta la restituzione del denaro con denaro (ovviamente gravato da interessi esorbitanti) ma gli venga prestato denaro contro quote societarie. E chi accetta un tale socio è, molto probabilmente destinato a perdere il locale nel giro di pochi mesi. «Ecco perché – dice Marco Barbieri di Confcommercio Milano – l’infiltrazione mafiosa nell’ospitalità va affrontato togliendo alle mafie tutte le possibilità di approccio al settore, cominciando ovviamente dalla più importante: quella economica. Il sistema creditizio andrebbe riformato e sostenuto così che non neghi, per esempio, fidi e prestiti magari esigui agli imprenditori in momentanea difficoltà».

«Ci sono anche altri motivi che spingono le mafie dentro i ristoranti – riprende Alessandra Dolci -. Tali strutture danno la possibilità di offrire posti di lavoro agli affiliati alle cosche, ai loro familiari e a persone che ruotano attorno alle famiglie. Inoltre un buon ristorante, offre ottime occasioni di venire in contatto con imprenditori, personaggi politici, manager che possono diventare a loro volta vittime o complici delle stesse organizzazioni criminali. Infine, i ristoranti in mano alle cosche diventano gli avamposti sul territorio. Per dare un’idea: gli ultimi 15 summit delle famiglie della ‘ndrangheta che monitoriamo sono avvenuti tutti in un ristorante gestito da qualche affiliato».

Quali gli strumenti di lotta possibile? «Gli strumenti sono preventivi e in questo caso in mano alle Prefetture oppure repressivi e possono arrivare, dopo le indagini e le sentenze, al sequestro dell’attività in mano a famiglie mafiose – dice Dolci -. Fondamentale, per le indagini, è la collaborazione dei cittadini e degli operatori. Bisogna infatti considerare che oggi le mafie si sono buttate, e sempre più spesso si buttano, su imprese del tutto legali e a volte sono gli stessi imprenditori a non denunciare». «Diciamo le cose come stanno – ha concluso Alessandro Galimberti, presidente dell’ordine dei giornalisti della Lombardia -. La permeabilità dell’imprenditoria alla mafia è nota. Agli imprenditori spesso fa comodo avere soci con grandi disponibilità economiche e almeno inizialmente la “collaborazione” sembra benefica». Ma basta poco per capire che, in realtà, il “socio” punta a mangiarsi l’intera attività.

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