Uno chef stellato, un bartender e il foodpairing. All’insegna della vodka francese

Uno chef stellato. Un bartender di grido. Una vodka made in France, frutto di una distillazione in 5 fasi, da selezionate materie prime al 100% francesi.

Sono gli “ingredienti” di un incontro milanese organizzato da Grey Goose Vodka, che ques’anno ha selezionato alcuni tra i migliori chef e bartender del mondo e li ha invitati a Le Logis, la casa di Grey Goose per ispirarli e con l’obiettivo di far loro esplorare i confini del gusto, interpretando ciascuno secondo il proprio stile l’abbinamento fra cibo e drink (ovviamente a base di Grey Goose).

Ogni Paese è stato rappresentato da un chef e da un bartender che hanno creato un abbinamento unico tra prodotti francesi reinterpretati e nuovi twist del drink dell’estate, Le Grand Fizz.

La tappa milanese ha visto coinvolti il bartender Luca Angeli (Hotel Four Seasons) e lo chef Luigi Taglienti (ristorante Lume, Mi) che, all’insegna dei 5 sapori fondamentali (salato, acido, umami, amaro, dolce), hanno creato un menu di altrettanti drink e appetizer abbinati.

Da sinistra: Luca Angeli, Luigi Taglienti e Francois Thibault, creatore della vodka Grey Goose e Maître de Chai

Così, solo per citarne qualcuno, per il gusto salato Angeli ha preparato un Salty Goose, a base di Grey Goose Vodka, St. Germain, pompelmo rosa, nebulizzazione di acqua di mare, fetta di cetriolo e pepe nero, che Taglienti ha abbinato a un biscotto Financier al limone e maggiorana.

Acidità spiccatissima e gusto intenso per il Raviolo al limone alla brace con acqua fredda di chinotto, che è stato abbinato al drink The apple of my eye, a base di Grey Goose, St Germain, succo di mela verde, top di soda, rosmarino e fetta di mela verde. E ancora, per l’interpretazione del gusto amaro, è nato La vie en rouge, drink a base di Grey Goose, Bitter Martini, St Germain, fragole, ciliegie, camomilla e top di Bitter Lemon; il tutto abbinato a una capasanta cruda con estratto di rosmarino che rivela note amare ed erbacee.

 

Dice Luigi Taglienti: «Portare un drink a tavola significa avere una visione internazionale del proprio menu. Naturalmente deve essere una cosa molto ben pensata, in sinergia con il bartender e richiede a mio avviso una cucina con uno spiccato tasso di creatività. Bisogna poi ragionare sul grado alcolico, che deve essere più basso rispetto a quello di un cocktail tradizionale, direi attorno agli 8-10 gradi. In un menu degustazione per mio conto non si può andare oltre i 3 o 4 drink abbinati alle portate. Nel mio ristorante già lo facciamo ed è molto apprezzato, non solo dagli stranieri».

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